Le pagine di cronaca ci consegnano ormai quotidianamente storie di ordinaria disperazione. In parallelo, la microcriminalità si estende anche a luoghi considerati tradizionalmente sicuri. La causa principale è da attribuire alla forte tensione sociale generata dalla carenza di lavoro che, oltre alla dignità, toglie spesso la linfa indispensabile all’esistenza. E allora, da più parti si propugna un robusto intervento dello Stato, un innesto keynesiano per non lasciare indietro nessuno: il reddito di cittadinanza o reddito minimo di garanzia. Uno strumento visto come un concreto segnale di equità, che consenta di sopravvivere anche a chi è senza lavoro e non ha accesso ad altri ammortizzatori. A tal proposito, vengono spesso richiamate le esperienze di altri Stati europei dove lo stesso, in varie forme, è presente e funziona da tempo.

Uno dei casi empirici analizzati sul nostro territorio riguarda la Provincia di Trento, dove da alcuni anni si sperimenta l’erogazione di un pubblico sussidio. Va evidenziato che tale aiuto è combinato con una rigida vigilanza sui beneficiari, censiti anche in base ai consumi effettuati e periodicamente monitorati, anche grazie all’intervento della Guardia di Finanza. Lo studio conclusivo prodotto per il triennio 2009-2011 di questa case history (fonte: Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche, 2012) mette in evidenza tre fenomeni rilevati in seguito all’introduzione dello strumento:

– forte incremento dei consumi alimentari degli stranieri (+96%), mentre per i cittadini italiani non si rilevano sostanziali modifiche in questo ambito

– crescita di acquisti di beni durevoli da parte degli italiani beneficiari del sussidio (+113%).

– sostanziale invarianza del tasso di disoccupazione.

Le evidenze di questo interessante studio ci suggeriscono una considerazione: nella peggiore delle ipotesi, un aiuto mirato va a migliorare la situazione delle fasce spesso più border line, che possono permettersi un pasto e reimmettono nel circuito dei consumi parte del denaro pubblico ricevuto. Lo stesso può valere per la spesa in beni durevoli degli italiani: la lavatrice o il forno non si cambia certamente se non si arriva a fine mese.

Ed allora, che fare per il resto del nostro Paese? Il problema generale è quello di concepire uno strumento che riordini il sistema dei sussidi, oggi distribuito su una serie di interventi non coordinati. Eventuali nuovi aiuti a pioggia, oltre che difficilmente sostenibili a breve sul piano economico (si parla di un costo tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, più del gettito totale IMU), potrebbero portare ad una distorsione dell’utilità del mezzo, che verrebbe agevolmente abusato. Fondamentale è poi la misura dei controlli, un vecchio refrain: in Italia ci sono troppe banche dati, in cui confluiscono informazioni bancarie, catastali, di utenze elettriche e quant’altro. È così arduo coordinarle e disciplinarle in modo da verificare empiricamente lo status del beneficiario e rendere impossibili abusi da prima pagina? Da ultimo, anche un certo approccio culturale verso gli aiuti di Stato va combattuto aspramente: gli ammortizzatori sociali più discussi (cassa integrazione, nelle sue varie forme) vengono spesso utilizzati come un bancomat da tante persone che avrebbero concrete possibilità di altro impiego, ma che ritengono più comoda una facile prebenda, magari resa più rotonda da qualche extra “fuori busta”. In questo, anche un certo modo di fare del sindacato ha precise responsabilità.

Tutti d’accordo allora nel non lasciare indietro nessuno, soprattutto quelli che davvero ne hanno bisogno; ma siamo davvero sicuri di poter correre in fretta e furia verso l’apertura di un nuovo capitolo di spesa, magari da finanziare con altri tagli a spese altrettanto importanti, senza aver preventivamente messo in campo un’organica revisione di tutti gli aiuti di Stato ed i necessari strumenti di controllo?