Stati Generali della cultura a Roma. Presidente, ministri, scienziati, intellettuali: tutti a chiedersi come mai la cultura in Italia, ed in particolare la ricerca, versi in questo stato di triste abbandono. Tra esortazioni e contestazioni, alla fine tutti puntano il dito contro il Colpevole di tutti i mali: la crisi, le casse vuote, le “altre priorità”. Come fossimo in crisi da sempre. Come se “prima” le cose fossero diverse. Leggo i vari resoconti dei giornali, più o meno tutti uguali, e mi resta la sensazione che questa spiegazione sia solo parziale, per non dire un comodo alibi.

Mi viene in mente un vecchio aneddoto di tanti anni fa quando facevo l’assistente all’università. Durante una riunione plenaria dei docenti, si parlava di borse di studio. Un mega professore di ruolo, certamente gratificato di ricco stipendio, annunciò che le già misere borse di studio dei giovani ricercatori sarebbero state ulteriormente “limate” per mancanza di fondi. Un ragazzo coraggioso prese la parola  e domandò se qualcuno di lor signori conoscesse i costi della vita a Milano. E poi lanciò, tra l’incredulità e l’irritazione dei suoi interlocutori, un appello che ancora ricordo: farla finita una volta per tutte con l’idea che un ricercatore possa e debba vivere di gloria, quasi in una sorta di appagamento mistico per la “nobiltà” del ruolo ricoperto nella società.

Non ho mai dimenticato quelle parole. Quel giovane aveva messo il dito sulla piaga. Nella ricerca, nell’innovazione, nella cultura, nell’arte c’è il seme dello sviluppo di una società. Anche sotto il profilo dell’economia e della crescita. Finchè si è intimamente convinti, anche nelle istituzioni, che chi dedica la vita a queste cose si debba rassegnare a fare del volontariato, indossare giacche con le pezze ai gomiti e chiedere aiuto economico ai genitori fino a quarant’anni, e magari esserne pure contento, non andremo da nessuna parte.