flat6“Siete nella fossa, smettete di scavare”. Con queste parole, l’economista americano Alvin Rabushka ha provato a sferzare la platea presente nei giorni scorsi a Milano, nel corso di un incontro organizzato dalla Lega di Salvini per rilanciare la proposta di introduzione di una flat tax. Lui, Rabushka, della flat tax è uno dei massimi teorici e sostenitori, e nel corso del meeting leghista ha entusiasticamente illustrato ai presenti gli effetti positivi che la stessa ha portato nei Paesi che l’hanno introdotta. Prima tra tutte, la Russia di Putin. Un passo indietro è però doveroso. L’idea di un’imposta proporzionale “secca”, con un’unica aliquota uguale per tutti, ha il suo fascino ed il suo richiamo, non solo per l’indubbio appealing politico. Berlusconi, nel suo contratto con gli italiani, ne parlava già nel 2001 (in quel caso, con due aliquote), ed abbiamo visto come è andata. La storia insegna che ci vuole molto poco a confezionare manifesti programmatici, ma prima di brandire una qualsiasi aliquota e sventolarla come misura di politica economica, occorre una maggiore ponderazione dei dati, degli effetti di tale misura e del contesto economico, industriale e sociale in cui la stessa si inserisce.

Entrando nel merito della recente proposta, si discute di una tassa del 15%, con abolizione dell’Irap ed una soglia di deduzione dal reddito a 3 mila euro (contro gli attuali 8 mila). Prima di reagire di pancia, in un senso o nell’altro, occorre fare due conti. Quali sarebbero gli effetti di questa vera rivoluzione fiscale per le casse dello Stato? Alcuni studiosi si sono cimentati in stime e proiezioni, arrivando a prevedere un buco nelle casse statali di circa 75 miliardi di euro rispetto al gettito garantito dall’attuale sistema tributario. I sostenitori della flat tax, tuttavia, portano l’attenzione sull’effetto virtuoso che ne deriverebbe: in nome del principio “pagare meno, pagare tutti”, una concreta riduzione dell’evasione è alquanto probabile, così come è possibile consentire alle aziende di utilizzare parte di quelle risorse per investimenti e crescita. A sostegno di tale tesi, viene portato ad esempio quanto è successo in Russia, dove nel 2001 le tre aliquote allora vigenti, del 12, 20 e 30%, furono rimpiazzate dall’aliquota unica al 13%: in quell’esperimento, il FMI ha poi osservato un aumento della fedeltà fiscale ed un conseguente aumento del 16% delle entrate fiscali per gli anni successivi. Detto questo, può bastare la speranza di un comportamento più virtuoso dei contribuenti a coprire il disavanzo derivante dalla minore aliquota? Premesso che la Russia non è una realtà facilmente comparabile all’Italia, traslando lo stesso aumento di gettito russo sulla situazione italiana, il recupero stimato sarebbe tra i 5 e i 6 miliardi: troppo poco. Servirebbe un consistente aumento della produzione industriale e degli investimenti esteri in Italia, attratti da un sistema fiscale più equo e semplice. Inoltre, in un sistema italiano dove il sommerso pesa un terzo del Pil, qualsiasi riforma si dovrebbe accompagnare ad una organica revisione del sistema sanzionatorio (civile/tributario e penale), adeguato e certo. C’è un’altra incognita che non può ignorarsi: quale sarebbe la reazione dei mercati e dell’Unione Europea di fronte ad una manovra con tali interrogativi in termini di gettito? Siamo da tempo in un contesto più ampio della nostra stretta sovranità ed un azzardo simile, in un Paese tra quelli più sorvegliati, potrebbe costare caro. Da ultimo, va registrato un fenomeno contrario a quello russo: recentemente, Slovacchia e Islanda, che avevano adottato la flat tax, hanno dovuto fare marcia indietro verso il ritorno ad un progressività dei prelievi, costrette ad introdurre una seconda aliquota più elevata, per evitare il collasso dei loro conti.

E allora, questa proposta va bocciata in toto? Assolutamente no. Quella che va rispedita al mittente è l’impostazione semplicistica di un’unica aliquota, non sostenibile per il nostro sistema e palesemente iniqua per le fasce più deboli della popolazione. Il merito dell’iniziativa leghista è invece quello di aver riportato l’attenzione su un tema fondamentale per imprese e famiglie, estremamente concreto, che va ragionato e rimodulato in modo più graduale e progressivo. Quali possono essere, allora, le alternative? Un sistema con una progressività più blanda, con due sole aliquote, con l’incremento di detrazioni per i redditi più bassi ed una tassazione per le imprese che, seppur nello scaglione più alto dei due, sia certa. Troppo spesso, al di là delle percentuali dichiarate, esiste un tax rate ben diverso per chi fa impresa, molto spesso di gran lunga superiore al 50% del reddito conseguito. Dal punto in cui partiamo, un sistema che garantisca la certezza di regole chiare ed una tassazione effettiva non superiore al 30% sarebbe già un grande progresso, senza scomodare prospettive oniriche. È però compito della politica fare delle scelte, ricominciando a considerare il mondo di chi investe ed assume come una risorsa da tutelare, prima che la desertificazione industriale in atto si compia definitivamente. Dunque, ben venga ogni dibattito che porti l’attenzione su questioni di merito. Per uscire dalla fossa, e magari anche ricominciare a correre.