Tutti la vogliono, la Fiat. Ponti d’oro e vorrete mica che il buon Marchionne si tiri indietro. Ne va del suo futuro. Preso per la giacchetta, dai Balcani fino alle Americhe, egli cavalca l’onda giusta come un provetto surfer. Tassi agevolati, bonus fiscali, fondi statali, zone franche, incentivi eccetera sono diventati il pane quotidiano nell’ufficio strategie di casa Fiat, a Torino. Mi viene un dubbio… a Torino? Non saprei. Si dice che Marchionne decida le sue strategie in aereo. E la strategia è la sua mente viaggiante.

Recentemente Fiat ha fatto parlare di sé. Non tanto per il calo delle sue immatricolazioni, di competitività, più o meno in ogni ambito e localizzazione, con eccezione della Chrysler US, ora integrata. Lì l’economia, ammettiamo un po’ drogata, ha trascinato un po’ tutto e tutti. I giornali economici hanno parlato della rivoluzione del nuovo gruppo Fiat Chrysler Automobile scattata con la piena integrazione dei due rami atlantici. Niente che non si potesse già preventivare, dopo le ritrosie di Fiat ad investire ulteriormente in Italia. Se i sindacati non sono addomesticati, gli operai non accettano una piena “collaborazione” e lo Stato non garantisce più gli incentivi di un tempo, perché indugiare ancora nel Belpaese? I commerci sono internazionali ed è molto facile acquistare un’auto coreana piuttosto che giapponese, senza contare i cinesi. Le frontiere e i nazionalismi sono argomenti di un tempo. Il tavolo da gioco è mondiale.

Vorrei ricordare la cifra che si mormora in merito agli aiuti dati dallo Stato alla Fiat negli ultimi quarant’anni: 7,6 miliardi di euro (studio CGIA di Mestre, senza tener conto degli ammortizzatori sociali). Tanti o pochi, nel business non c’è etica o riconoscenza. Ma la famiglia Agnelli non può dimenticare chi le ha permesso di prosperare. Bontà sua, John Elkann un lavoro ce l’ha, anche se si trova bene a casa. E forse potrebbe starci, come malignamente ha chiosato Diego Della Valle. L’importante è “avere la forza di credere in se stessi”, soprattutto nel blasone delle propria famiglia.

La nuova Fiat avrà sede legale in Olanda, fiscale a Londra e direttiva a Detroit. E a Torino ci sarà quella europea, per ora. L’Italia, con meno di 400 mila auto prodotte in un anno, non avrà più peso nelle strategie produttive del Gruppo. La Fiat si avvia, come una qualsiasi Google o Amazon, a sfruttare la globalizzazione e flessibilità a livello fiscale, “scegliendo dove spostare l’insieme dei profitti”, come afferma Gareth Myles,  uno dei massimi esperti britannici in tassazione internazionale. Una tassazione equivalente in Europa dovrebbe comunque essere attuata, per impedire la trasmigrazione di aziende ai soli fini fiscali. As usual, in Italia pagheranno tasse le stabili organizzazioni del nuovo Gruppo. E dato che stanno agonizzando e vengono dismesse, diciamo pure che al fisco nostrano vanno le briciole. Per i vertici FCA, invece lo spostamento della sede fiscale serve a non tassare i dividendi ricevuti dagli azionisti anglosassoni. Marchionne è un genio nelle manovre finanziarie, ma penserà mai ad un riscatto del prodotto, con recupero di competitività? A comandare in quel campo non sono banchieri, finanzieri o politici. Sono i consumatori. C’è chi fa auto e chi fa finanza. Da che parte si vuole stare?