C’ è un antico proverbio veneto che, nella versione italianizzata, suona più o meno così: “l’uccellino ingordo si strozza”. L’osservazione degli ultimi accadimenti politici fa proprio pensare a questo adagio: Matteo Renzi, il golden boy della politica italiana ha fretta, pure troppa. Guadagnato il consenso importante delle primarie, sembrava stesse furbescamente preparando la sua irresistibile ascesa a Palazzo Chigi. Il tutto, come da lui dichiarato, per mezzo di elezioni politiche a marchio “Italicum”, che avrebbero aperto una fase nuova.

Invece, pare che anche lui sia colto da quella strana sindrome che affligge tradizionalmente il centrosinistra, quella strategia alla “Tafazzi” che ha illustri precursori nelle file dell’ex PCI-PDS-DS e, infine, PD: l’incapacità di saper capitalizzare il proprio seguito, non saper attendere il momento propizio per la propria ribalta personale. A seguire gli eventi di queste ore, pare di tornare al 1998, quando D’Alema, caduto Prodi e lusingato dalle pressioni di vaste aree parlamentari, mise in pratica la cosiddetta “manovra di Palazzo”, diventando premier per poco più di 12 mesi, passando poi il testimone ad Amato e spalancando le porte al successivo trionfo berlusconiano, abilissimo a saper leggere tra gli umori della gente e a proporre un’alternativa più attraente.

E allora, per tornare ai giorni nostri, con quale maggioranza parlamentare conta il buon Matteo di mettere in pratica quell’idea di Paese “semplice e coraggioso” che ha in testa? Quale traiettoria pensa che gli verrà consentito di seguire? E soprattutto: quanto pensa che durerà la sua aura di novità? Non sarà così sprovveduto da credere che i curricula più o meno prestigiosi dei papabili ministri siano garanzia di qualcosa, o almeno lo speriamo… ne abbiamo già visti di eccelsi, a sinistra ed a destra, ma siamo sempre qui a commentare di un Paese tormentato dai suoi problemi irrisolti, in bilico sul ciglio dell’ennesima crisi politica.