Da qualche giorno, tutti a strombazzare ai quattro venti del gran successo ottenuto dall’Italia: la Commissione Europea ha decretato l’uscita del nostro Paese dalla temutissima “procedura d’infrazione” per deficit eccessivo alla quale eravamo sottoposti. In sostanza, abbiamo rispettato nel 2012 il magico limite del 3% di deficit sul PIL, ciò che serve a riabilitarci agli occhi del mondo.

Bene, bravi, bis? Niente affatto. Sugli stessi giornali che riportano le dichiarazioni entusiastiche dei nostri politici ed economisti, fa capolino un’altra notizia: dall’inizio dell’anno 6.350 aziende sono fallite, soprattutto a Nord, nella parte manifatturiera del Paese. In ginocchio, in particolare, le imprese edili.

Le due notizie possono apparire prive di collegamento, ma non è così. Al contrario. Per conseguire l’obiettivo “contabile” di restare sotto al 3%, abbiamo in sostanza dovuto congelare tutti (o quasi) i programmi di investimento in opere pubbliche. E non solo: anche i pagamenti alle imprese che avevano già eseguito lavori o forniture sono stati bloccati. Fino ad arrivare ad un paradosso che ripugna a qualsiasi logica: ci sono enti locali “virtuosi” che dispongono complessivamente di almeno 14 miliardi per pagare i loro fornitori e non li possono spendere!

Il rispetto della regola contabile non è altro che una vittoria di Pirro. Oggi alziamo una bandiera sopra un bel mucchio di macerie. Una vittoria, una vera vittoria dell’intelligenza sull’ottusità, sarebbe stata quella di ottenere che la “spesa per investimenti” venisse distinta dalla “spesa pubblica corrente” e non computata ai fini della soglia del 3%. Come da sempre fanno le aziende, che mai si sognerebbero di mettere un investimento tra i costi nel conto economico. Ancora una volta, facciamo finta di non saperlo e ci prendiamo questa pacca sulla spalla dai partner europei. Ma almeno ci vengano risparmiate le manifestazioni di giubilo.