Il fatto è clamoroso e fa molto riflettere. Lo riassumo in breve. Due aziende sono state assolte in primo grado dall’accusa di evasione fiscale per omesso versamento delle imposte con la seguente motivazione: carenza di liquidità per mancato incasso di crediti verso la pubblica amministrazione. E’ come dire che lo Stato non può pretendere l’adempimento dell’obbligo tributario quando è lui ad essere il primo inadempiente. Tecnicamente, questa sentenza interviene definendo una situazione di “forza maggiore” per la quale non può essere riscontrato il dolo degli imputati, in nessuna sua forma. Certo le aziende dovranno pagare le imposte, magari in una forma rateizzata, ma non saranno condannate penalmente né sanzionate sotto il profilo tributario.

Viene così messa a nudo l’assurdità di un sistema che pretende il rispetto delle scadenze quando si tratta di riscuotere le imposte ma si dimentica il calendario quando deve onorare i propri impegni. Una sentenza da incorniciare,  per un sistema che ancora oppone resistenza alla piena introduzione di un criterio di pagamenti certi e rapidi da parte dello Stato. Speriamo che la Cassazione, oggi investita del giudizio di legittimità sul tema, non stravolga questo principio affermato dai giudici di primo grado riportandoci in una situazione di vergognosa iniquità. Da ultimo mi domando: perché in queste situazioni in cui un’azienda è al tempo stesso debitrice per imposte ma creditrice per forniture verso la PA non si applica un semplicissimo sistema di compensazione tra dare e avere? Se prima era “soltanto” questione di giustizia ed equità, oggi si tratta di sopravvivenza.