finanzaLe ultime settimane sono state caratterizzate da due accese polemiche che hanno tenuto banco sui media in tema di rapporti tra il cittadino e l’amministrazione pubblica: il ruolo di Equitalia, con le annesse esternazioni di Beppe Grillo (e non solo) e la cosiddetta “operazione Cortina”. Sullo sfondo del tam tam giornalistico, l’eterna protagonista degli incubi di ogni governante, specchio degli italici vizi: l’evasione fiscale. Il dato è impressionante: da quanto emerge dai dati diffusi dalla Corte dei Conti, circa il 18% del Pil sfugge ad imposizione, per un mancato introito nelle casse dello Stato di oltre 150 miliardi l’anno. È assolutamente superfluo sottolineare come tale fenomeno abbia un impatto devastante sull’indebitamento pubblico, creando la necessità di progressive riduzioni nell’erogazione di servizi pubblici basilari. Inoltre, si pensi all’impatto che tale fenomeno ha nell’ambito della concorrenza tra imprese, generando una distorsione dei meccanismi di regolamentazione della concorrenza tra soggetti “disinvolti” ed imprenditori che, tra un’imprecazione e l’altra, fanno onestamente la loro parte.
Nel merito delle questioni accennate in premessa, Equitalia ha sicuramente molti aspetti rivedibili e migliorabili in chiave legislativa e di prassi, ma non può essere dileggiata o definita “disumana”, proprio perché non le è richiesta umanità: Equitalia è il concessionario della riscossione, si occupa del recupero dei crediti erariali, iscritti perlopiù a seguito delle attività ispettive e di accertamento della Guardia di Finanza e dell’Agenzia Entrate. È assai pericoloso, in contesti di forte tensione sociale, dare fuoco alle polveri di un’insofferenza già molto elevata ed il contegno di chi ha una vasta platea di ascoltatori a disposizione dovrebbe essere più responsabile, sia che sieda in Parlamento, sia che faccia il giornalista o il “tuttologo”.
Ciò detto, non sfugge a nessuno il fatto che un Fisco “affamato” di entrate riversi tutte le proprie risorse ed attenzioni sui contribuenti ben visibili e monitorabili, coadiuvato dalle recenti innovazioni legislative sul tema: si pensi alle nuove norme sull’accertamento esecutivo, che trasformano in tempi sempre più rapidi un avviso di accertamento in titolo esecutivo per la riscossione, con la possibilità di procedere coattivamente sui beni immobili e mobili del debitore (compresi i macchinari di produzione).
L’Agenzia Entrate, ed in particolare il suo direttore Befera, è protagonista del secondo caso giornalistico degli ultimi giorni: scoprire a Cortina che 42 proprietari di Suv hanno dichiarato un reddito inferiore ai 30 mila euro nell’ultimo biennio era operazione tanto prevedibile quanto eseguibile nel tepore di un ufficio ministeriale, mentre si è scelta la strada del castigo mediatico, con l’intento di lanciare un segnale forte alla collettività. Personalmente ritengo sbagliati i tempi ed i modi, ma non va onestamente ignorato un dato di fatto: non si è trattato di un “buco nell’acqua” e l’operazione ha portato un riscontro difficilmente ignorabile in tema di infedeltà fiscale. Ciò che si sarebbe dovuto specificare meglio è che tale evidenza non è collegabile alla specifica località od a specifiche categorie economiche.
Se poi, a margine di questi fatti, si vuole discutere di quali siano i mezzi migliori per l’emersione del sommerso, ritengo senz’altro più efficace il potenziamento di un metodo oggettivo, quale il redditometro, anziché strumenti di presunzione quali gli studi di settore, utilizzati in modo molto aggressivo negli ultimi dieci anni nei confronti delle PMI e dei professionisti al di sotto di una certa soglia dimensionale di ricavi; tale meccanismo di monitoraggio si è troppo spesso trasformato in una fotografia non fedele del quadro reale di un’attività economica, pur con gli sforzi delle associazioni coinvolte nella taratura dei suoi parametri di riferimento. Ciò ha prodotto frequenti accertamenti basati esclusivamente sulle risultanze degli studi di settore, recentemente tornati sugli scudi grazie ad un nuovo inasprimento legislativo e ad un sempre maggiore coordinamento con il redditometro.
Di fondo, si può osservare che sarebbe già un passo avanti diffondere una cultura sul tema seguendo questi capisaldi: pagare le tasse è un dovere, certo, ma pagare le tasse serve anche a qualcosa. Quel “qualcosa”, riferendoci alle PMI oggetto del nostro blog, dovrebbe essere rappresentato ad esempio dalla possibilità di aprire cantieri per infrastrutture utili, di pagare meno l’energia ed i carburanti, di avere qualche soluzione concreta ai problemi comuni che tanto rallentano la competitività. Facile a dirsi…